Aumento dell'iva - Studio Cassinis
Beatrice Masserini Nessun commento

L’incremento delle aliquote potrebbe non avere gli effetti drammatici da molti temuto

Lo spauracchio dell’Iva è stato ampiamente agitato in questa lunga fase post-elettorale. In particolare, l’urgenza di formare un governo è stata motivata proprio per evitare che, nel triennio 2019-2021, l’aliquota ordinaria dell’Iva aumentasse progressivamente dal 22% al 25% e l’aliquota intermedia aumentasse progressivamente dal 10% al 13%. Con l’idea da più parti condivisa che questo aumento avrebbe effetti drammatici. La prospettiva di questo dibattito potrebbe essere tuttavia rovesciata, poiché proprio l’esistenza di queste “clausole di salvaguardia” consentono al Paese di affrontare l’attuale momento di stallo politico con maggiore serenità, almeno dal punto di vista dei conti pubblici

E’ solo il caso di ricordare che, in Europa all’01/01/2018 ci sono 10 Paesi che applicano un’aliquota Iva ordinaria più elevata o uguale a quella italiana e che il valore medio dell’aliquota ordinaria è pari al 21,5%, non distante dall’attuale aliquota ordinaria italiana (22%). Va anche considerato che quasi nessuno dei Paesi che applica un’aliquota ordinaria più bassa di quella italiana, applica poi un’aliquota super ridotta del 4%, come invece accade in Italia (eccezioni sono Francia, Lussemburgo e Spagna). Ma è anche il caso di ricordare che l’aliquota effettiva finale che grava sui consumi è il risultato di come i diversi beni sono distribuiti tra le diverse aliquote legali. In altri termini, il fatto che in Italia l’aliquota ordinaria sia del 22%, non implica che il peso complessivo dell’Iva sia maggiore che in altri Paesi che applichino aliquote minori.

Come al solito, dei dati si prende la parte che conviene. Se si guarda al peso dell’Iva sul Pil, secondo i dati Eurostat di confronto europeo per il 2016, tra i 28 Paesi europei l’Italia è al 28° posto. L’Iva in Italia pesa sul Pil per il 6,1%, anche escludendo i Paesi scandinavi come Svezia, Finlandia e Danimarca, ed il Belgio, in cui l’Iva pesa per oltre il 9%, ci si deve confrontare con il 7% della Germania, il 6,9% della Francia, il 6,8% della Gran Bretagna, il 6,4% della Spagna; tutti Paesi che applicano un’aliquota ordinaria inferiore a quella italiana. Anche qualora si volesse considerare l’aliquota implicita complessiva sul consumo (incluse, quindi, le accise) secondo gli ultimi dati disponibili, la posizione dell’Italia salirebbe al 23° posto su 28 quindi piuttosto in fondo alla classifica. D’altra parte, è questa la contropartita di ciò che accade sul fronte dell’imposta personale sul reddito. In Italia, l’Irpef pesa per il 12% del Pil; le corrispondenti imposte personali rappresentano in Germania il 9,2%, in Gran Bretagna il 9,1%, in Francia l’8,7%, in Spagna il 7,3%.

Sotto il profilo della tassazione del reddito personale, siamo molto più vicini alle pratiche dei Paesi scandinavi, senza tuttavia avere il loro sistema di welfare. Siamo, infatti, al quinto posto in Europa per il peso dell’imposta personale sul reddito, ed il primato ci è sottratto da Svezia, Finlandia, Belgio e Danimarca, in quest’ultimo caso solo perché i danesi utilizzano le imposte personali, anziché i contributi sociali, per finanziare le prestazioni di welfare. Qualora si allarghi la vista all’aliquota implicita sul lavoro, poi l’Italia sale al secondo posto in Europa, preceduta solo dal Belgio.

I timori che l’incremento delle aliquote Iva comporti un aumento dei prezzi ed un effetto recessivo, pur se comprensibili, non considerano poi che le eventuali manovre di sterilizzazione avrebbero anch’esse effetti recessivi (se non finanziate in deficit); soprattutto se le risorse dovessero nuovamente derivare dalla tassazione del lavoro; o dall’aumento del costo dei servizi pubblici; o dall’ennesima riduzione degli investimenti pubblici.

Inoltre, non è affatto scontato che l’aumento delle aliquote Iva si trasferisca interamente sui prezzi, come peraltro già accaduto in alcuni settori in occasione del passaggio dal 21% al 22%, considerato che la traslazione dell’imposta dipende, oltre che dalla struttura dei mercati, dalle condizioni della domanda. In questo momento di consumi deboli ci si potrebbe attendere un trasferimento parziale o comunque contenuto. Ma anche se fosse totale, l’aumento dell’attuale bassa (anche troppo) inflazione non sortirebbe effetti così drammatici.

Mentre in questo caso un effetto secondario positivo si avrebbe, che gli evasori delle imposte sul reddito, almeno quando consumano, un po’ di imposta dovrebbero pagarla.

D’altra parte, in prospettiva, l’aumento delle aliquote Iva potrebbe porre le basi per una graduale riduzione della pressione tributaria diretta sul lavoro; per le ragioni esposte sopra, questa ricomposizione potrebbe rappresentare una ricetta tutt’altro che drammatica per l’Italia.

Al di là della terminologia recentemente utilizzata, peraltro piuttosto incerta, che fa impropriamente riferimento a flat tax o a due aliquote fisse, o a sistemi di detrazioni centrate sul reddito familiare – dimenticando che l’Irpef è un’imposta su base individuale – in Italia esiste il problema che la progressività dell’Irpef si concentra sui redditi medio-alti prevalentemente da lavoro dipendente e da pensione, dato che 10 milioni di contribuenti con redditi bassi non pagano imposta e che quelli davvero elevati sfuggono per una parte consistente alla progressività attraverso forme di elusione e di evasione.

Progressività che su quei redditi medi si aggrava anche per effetto dell’improprio uso delle addizionali regionali e comunali all’Irpef. Persiste anche il problema che la progressività dell’Irpef lascia fuori tutti i redditi da capitale e tassa quelli fondiari con aliquote effettive minori; per tacere dei numerosi regimi forfetari applicati, nel tempo, a redditi di impresa e di lavoro autonomo.

 

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